Angelus del 31/08/08
Cari fratelli e sorelle!
Anche oggi, nel Vangelo, compare in primo piano l’apostolo Pietro. Ma, mentre domenica scorsa l’abbiamo ammirato per la sua fede schietta in Gesù, da lui proclamato Messia e Figlio di Dio, questa volta, nell’episodio immediatamente seguente, mostra una fede ancora immatura e troppo legata alla "mentalità di questo mondo" (cfr Rm 12,2). Quando infatti Gesù comincia a parlare apertamente del destino che l’attende a Gerusalemme, che cioè dovrà soffrire molto ed essere ucciso per poi risorgere, Pietro protesta dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16,22). E’ evidente che il Maestro e il discepolo seguono due modi di pensare opposti. Pietro, secondo una logica umana, è convinto che Dio non permetterebbe mai al suo Figlio di finire la sua missione morendo sulla croce. Gesù, al contrario, sa che il Padre, nel suo immenso amore per gli uomini, lo ha mandato a dare la vita per loro, e che se questo comporta la passione e la croce, è giusto che così avvenga. D’altra parte, Egli sa pure che l’ultima parola sarà la risurrezione. La protesta di Pietro, pur pronunciata in buona fede e per sincero amore verso il Maestro, suona per Gesù come una tentazione, un invito a salvare se stesso, mentre è solo perdendo la sua vita che Lui la riceverà nuova ed eterna per tutti noi.
Se, per salvarci, il Figlio di Dio ha dovuto soffrire e morire crocifisso, non è certamente per un disegno crudele del Padre celeste. La causa è la gravità della malattia da cui doveva guarirci: un male così serio e mortale da richiedere tutto il suo sangue. E’ infatti con la sua morte e risurrezione, che Gesù ha sconfitto il peccato e la morte ristabilendo la signoria di Dio. Ma la lotta non è finita: il male esiste e resiste in ogni generazione, anche ai nostri giorni. Che cosa sono gli orrori della guerra, le violenze sugli innocenti, la miseria e l’ingiustizia che infieriscono sui deboli, se non l’opposizione del male al regno di Dio? E come rispondere a tanta malvagità se non con la forza disarmata dell’amore che vince l’odio, della vita che non teme la morte? E’ la stessa misteriosa forza che usò Gesù, a costo di essere incompreso e abbandonato da molti dei suoi.
Cari fratelli e sorelle, per portare a pieno compimento l’opera della salvezza, il Redentore continua ad associare a sé e alla sua missione uomini e donne disposti a prendere la croce e a seguirlo. Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito: chi vuol essere mio discepolo, rinneghi il proprio egoismo e porti con me la croce. Invochiamo l’aiuto della Vergine Santa, che per prima e sino alla fine ha seguito Gesù sulla via della croce. Ci aiuti Lei ad andare con decisione dietro al Signore, per sperimentare fin d’ora, pur nella prova, la gloria della risurrezione.
[01348-01.01] [Testo originale: Italiano]
In queste ultime settimane la cronaca ha registrato l’aumento degli episodi di immigrazione irregolare dall’Africa. Non di rado, la traversata del Mediterraneo verso il continente europeo, visto come un approdo di speranza per sfuggire a situazioni avverse e spesso insostenibili, si trasforma in tragedia; quella avvenuta qualche giorno fa sembra aver superato le precedenti per l’alto numero di vittime. La migrazione è fenomeno presente fin dagli albori della storia dell’umanità, che da sempre, pertanto, ha caratterizzato le relazioni tra popoli e nazioni. L’emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi, tuttavia, ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche. So che molte istanze regionali, nazionali e internazionali si stanno occupando della questione della migrazione irregolare: ad esse va il mio plauso e il mio incoraggiamento, affinché continuino la loro meritevole azione con senso di responsabilità e spirito umanitario. Senso di responsabilità devono mostrare anche i Paesi di origine, non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità ad essa collegate. Dal canto loro, i Paesi europei e comunque quelli meta di immigrazione sono, tra l’altro, chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari. Questi ultimi, poi, vanno pure sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti. Come Padre comune, sento il profondo dovere di richiamare l’attenzione di tutti sul problema e di chiedere la generosa collaborazione di singoli e di istituzioni per affrontarlo e trovare vie di soluzione. Il Signore ci accompagni e renda fecondi i nostri sforzi!
Je vous salue, chers pèlerins francophones, qui êtes venus saluer et prier avec moi la Mère du Christ, en particulier les jeunes de Chiry-Ourscamp. À quelques jours de la rentrée scolaire, je désire tout spécialement confier à la Vierge Marie les élèves et les professeurs qui s’apprêtent à vivre ensemble une nouvelle année de découvertes, d’apprentissages et d’efforts. Que le Seigneur donne à chacun de faire fructifier les talents qui sont en lui pour le bien et la joie de tous. Avec ma Bénédiction apostolique.
I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. In today’s Gospel, Jesus reveals to his disciples his coming passion, death and resurrection. He also teaches us that, to follow him, we too must enter into the mystery of the cross. Faithful obedience to God and loving service of our neighbour do not always come easily. But to embrace the cross of Christ is to share in his victory. May the Lord keep us in his love! I wish you all a pleasant stay in Castel Gandolfo and Rome, and a blessed Sunday!
Einen frohen Gruß richte ich an alle Brüder und Schwestern deutscher Zunge; unter ihnen grüße ich besonders Pilger aus dem Bistum Rottenburg-Stuttgart. Petrus und die Apostel, so haben wir es heute im Evangelium gehört, müssen lernen, was es heißt, Jünger Jesu zu sein und Ihm nachzufolgen: das wollen, was Gott will; auch dann, wenn es schwer scheint und sogar Leid und Kreuz mit einschließt. Haben wir keine Angst, unseren Weg mit Gott zu gehen. Er gibt uns Kraft und hilft uns, das Gute zu vollbringen. Mit meinem Segen begleite ich euch alle.
Saludo cordialmente a los fieles de lengua española, en particular a los Pastores y fieles de la querida Nación cubana, que ayer inauguraron solemnemente el Trienio preparatorio de la celebración de los cuatrocientos años del hallazgo y la presencia de la venerada imagen de Nuestra Señora de la Caridad del Cobre. A todos los amados hijos e hijas de la Iglesia que vive en ese noble País los encomiendo fervientemente en mi plegaria, para que, a ejemplo de María Santísima, y ayudados por su maternal intercesión, tengan una fe rica en obras de misericordia y amor. Los invito asimismo a acoger cotidianamente en su corazón la Palabra de Dios, a meditarla y llevarla a la práctica con valentía y esperanza para que, como auténticos hijos de Dios Padre, discípulos fieles de Cristo y, con la fuerza del Espíritu Santo, sean misioneros del Evangelio en cualquier circunstancia de la vida. Reciban a la Virgen en sus casas, permanezcan con Ella en oración y encuentren su dicha en hacer lo que su Hijo Jesús les diga. En este hermoso camino los acompaña el afecto y la cercanía espiritual del Papa. Que Dios bendiga a Cuba y a todos los cubanos.
Pozdrawiam wszystkich Polaków. Dziś w liturgii Chrystus wzywa, abyśmy Go naśladowali. Nie ukrywa, że na tej drodze trzeba wejść w tajemnicę krzyża. Zapewnia jednak, że kto traci swoje życie z Jego powodu, znajdzie je. Niech ta obietnica umacnia nas, gdy ciąży krzyż codzienności. Niech Bóg wam błogosławi.
[Saluto tutti i polacchi. Nella liturgia odierna Cristo ci chiama a seguirLo. Non nasconde che su questo cammino bisogna entrare nel mistero della croce. Tuttavia assicura che chi perde la propria vita per causa sua, la troverà. Questa promessa ci sostenga, quando pesa la croce della quotidianità. Dio vi benedica.]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Sacerdoti salesiani provenienti da diversi Paesi e alle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto. Saluto inoltre i fedeli di Bassano del Grappa, Galliera Veneta, Bedizzole, Boccaleone, Moncalieri e Riposto, i cresimandi di Zané con i loro genitori e il gruppo della diocesi di Lodi. A tutti auguro una buona domenica.
[01349-XX.02] [Testo originale: Plurilingue]
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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno AMISSALE ROMANUM VETUS ORDO |
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LETTURE: Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27 |
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La via della Croce La prima lettura è un brano delle «confessioni», amare e dolorose, di Geremia per le ostilità che il profeta incontra nell’esercizio del suo ministero. Sono testi caratteristici di Geremia e assai importanti perché all’origine di una tradizione letteraria sul tema del profeta perseguitato. |
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Il Signore ha avuto misericordia di noi Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 23 A, 1-4; CCL 41, 321-323) |
UDIENZA GENERALE , 27.08.2008
Cari fratelli e sorelle,
nell’ultima catechesi prima delle vacanze – due mesi fa, ai primi di luglio – avevo iniziato una nuova serie di tematiche in occasione dell’anno paolino, considerando il mondo in cui visse san Paolo. Vorrei oggi riprendere e continuare la riflessione sull’Apostolo delle genti, proponendo una sua breve biografia. Poiché dedicheremo il prossimo mercoledì all'evento straordinario che si verificò sulla strada di Damasco, la conversione di Paolo, svolta fondamentale della sua esistenza a seguito dell’incontro con Cristo, oggi ci soffermiamo brevemente sull’insieme della sua vita. Gli estremi biografici di Paolo li abbiamo rispettivamente nella Lettera a Filemone, nella quale egli si dichiara "vecchio" (Fm 9: presbýtes) e negli Atti degli Apostoli, che al momento della lapidazione di Stefano lo qualificano "giovane" (7,58: neanías). Le due designazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi, "giovane" era qualificato l’uomo sui trent’anni, mentre "vecchio" era detto quando giungeva sulla sessantina. In termini assoluti, la data della nascita di Paolo dipende in gran parte dalla datazione della Lettera a Filemone. Tradizionalmente la sua redazione è posta durante la prigionia romana, a metà degli anni 60. Paolo sarebbe nato l'anno 8, quindi avrebbe avuto più o meno sessant'anni, mentre al momento della lapidazione di Stefano ne aveva 30. Dovrebbe essere questa la cronologia giusta. E la celebrazione dell'anno paolino che facciamo segue proprio questa cronologia. È stato scelto il 2008 pensando a una nascita più o meno nell'anno 8.
In ogni caso, egli nacque a Tarso in Cilicia (cfr At 22,3). La città era capoluogo amministrativo della regione e nel 51 a.C. aveva avuto come Proconsole nientemeno che Marco Tullio Cicerone, mentre dieci anni dopo, nel 41, Tarso era stato il luogo del primo incontro tra Marco Antonio e Cleopatra. Ebreo della diaspora, egli parlava greco pur avendo un nome di origine latina, peraltro derivato per assonanza dall'originario ebraico Saul/Saulos, ed era insignito della cittadinanza romana (cfr At 22,25-28). Paolo appare quindi collocato sulla frontiera di tre culture diverse — romana, greca, ebraica — e forse anche per questo era disponibile a feconde aperture universalistiche, a una mediazione tra le culture, a una vera universalità. Egli apprese anche un lavoro manuale, forse derivato dal padre, consistente nel mestiere di "fabbricatore di tende" (cfr At 18,3: skenopoiòs), da intendersi probabilmente come lavoratore della lana ruvida di capra o delle fibre di lino per farne stuoie o tende (cfr At 20,33-35). Verso i 12-13 anni, l'età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà ("figlio del precetto"), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbì Gamaliele il Vecchio, nipote del grande Rabbì Hillèl, secondo le più rigide norme del fariseismo e acquisendo un grande zelo per la Toràh mosaica (cfr Gal 1,14; Fil 3,5-6; At 22,3; 23,6; 26,5).
Sulla base di questa ortodossia profonda che aveva imparato alla scuola di Hillèl, in Gerusalemme, intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un rischio, una minaccia per l'identità giudaica, per la vera ortodossia dei padri. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente "perseguitato la Chiesa di Dio", come per tre volte ammetterà nelle sue Lettere (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Anche se non è facile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione, il suo fu comunque un atteggiamento di intolleranza. È qui che si colloca l'evento di Damasco, su cui torneremo nella prossima catechesi. Certo è che, da quel momento in poi, la sua vita cambiò ed egli diventò un apostolo instancabile del Vangelo. Di fatto, Paolo passò alla storia più per quanto fece da cristiano, anzi da apostolo, che non da fariseo. Tradizionalmente si suddivide la sua attività apostolica sulla base dei tre viaggi missionari, a cui si aggiunse il quarto dell'andata a Roma come prigioniero. Tutti sono raccontati da Luca negli Atti. A proposito dei tre viaggi missionari, però, bisogna distinguere il primo dagli altri due.
Del primo, infatti (cfr At 13-14), Paolo non ebbe la diretta responsabilità, che fu affidata invece al cipriota Barnaba. Insieme essi partirono da Antiochia sull'Oronte, inviati da quella Chiesa (cfr At 13,1-3), e, dopo essere salpati dal porto di Seleucia sulla costa siriana, attraversarono l'isola di Cipro da Salamina a Pafo; di qui giunsero alle coste meridionali dell'Anatolia, oggi Turchia, e toccarono le città di Attalìa, Perge di Panfilia, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, da cui ritornarono al punto di partenza. Era così nata la Chiesa dei popoli, la Chiesa dei pagani. E nel frattempo, soprattutto a Gerusalemme, era nata una discussione dura fino a quale punto questi cristiani provenienti dal paganesimo fossero obbligati ad entrare anche nella vita e nella legge di Israele (varie osservanze e prescrizioni che separavano Israele dal resto del mondo) per essere partecipi realmente delle promesse dei profeti e per entrare effettivamente nell’eredità di Israele. Per risolvere questo problema fondamentale per la nascita della Chiesa futura si riunì a Gerusalemme il cosiddetto Concilio degli Apostoli, per decidere su questo problema dal quale dipendeva la effettiva nascita di una Chiesa universale. E fu deciso di non imporre ai pagani convertiti l'osservanza della legge mosaica (cfr At 15,6-30): non erano cioè obbligati alle norme del giudaismo; l’unica necessità era essere di Cristo, di vivere con Cristo e secondo le sue parole. Così, essendo di Cristo, erano anche di Abramo, di Dio e partecipi di tutte le promesse. Dopo questo avvenimento decisivo, Paolo si separò da Barnaba, scelse Sila e iniziò il secondo viaggio missionario (cfr At 15,36-18,22). Oltrepassata la Siria e la Cilicia, rivide la città di Listra, dove accolse con sé Timoteo (figura molto importante della Chiesa nascente, figlio di un’ebrea e di un pagano), e lo fece circoncidere, attraversò l'Anatolia centrale e raggiunse la città di Troade sulla costa settentrionale del Mar Egeo. E qui si ebbe di nuovo un avvenimento importante: in sogno vide un macedone dall'altra parte del mare, cioè in Europa, che diceva, "Vieni e aiutaci!". Era l'Europa futura che chiedeva l'aiuto e la luce del Vangelo. Sulla spinta di questa visione entrò in Europa. Di qui salpò per la Macedonia entrando così in Europa. Sbarcato a Neapoli, arrivò a Filippi, ove fondò una bella comunità, poi passò a Tessalonica, e, partito di qui per difficoltà procurategli dai Giudei, passò per Berea, giunse ad Atene.
In questa capitale dell'antica cultura greca predicò, prima nell'Agorà e poi nell'Areopago, ai pagani e ai greci. E il discorso dell'Areopago, riferito negli Atti degli Apostoli, è modello di come tradurre il Vangelo in cultura greca, di come far capire ai greci che questo Dio dei cristiani, degli ebrei, non era un Dio straniero alla loro cultura ma il Dio sconosciuto aspettato da loro, la vera risposta alle più profonde domande della loro cultura. Poi da Atene arrivò a Corinto, dove si fermò un anno e mezzo. E qui abbiamo un evento cronologicamente molto sicuro, il più sicuro di tutta la sua biografia, perché durante questo primo soggiorno a Corinto egli dovette comparire davanti al Governatore della provincia senatoriale di Acaia, il Proconsole Gallione, accusato di un culto illegittimo. Su questo Gallione e sul suo tempo a Corinto esiste un'antica iscrizione trovata a Delfi, dove è detto che era Proconsole a Corinto tra gli anni 51 e 53. Quindi qui abbiamo una data assolutamente sicura. Il soggiorno di Paolo a Corinto si svolse in quegli anni. Pertanto possiamo supporre che sia arrivato più o meno nel 50 e sia rimasto fino al 52. Da Corinto, poi, passando per Cencre, porto orientale della città, si diresse verso la Palestina raggiungendo Cesarea Marittima, di dove salì a Gerusalemme per tornare poi ad Antiochia sull’Oronte.
Il terzo viaggio missionario (cfr At 18,23-21,16) ebbe inizio come sempre ad Antiochia, che era divenuta il punto di origine della Chiesa dei pagani, della missione ai pagani, ed era anche il luogo dove nacque il termine «cristiani». Qui per la prima volta, ci dice San Luca, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». Da lì Paolo puntò dritto su Efeso, capitale della provincia d'Asia, dove soggiornò per due anni, svolgendo un ministero che ebbe delle feconde ricadute sulla regione. Da Efeso Paolo scrisse le lettere ai Tessalonicesi e ai Corinzi. La popolazione della città però fu sobillata contro di lui dagli argentieri locali, che vedevano diminuire le loro entrate per la riduzione del culto di Artemide (il tempio a lei dedicato a Efeso, l'Artemysion, era una delle sette meraviglie del mondo antico); perciò egli dovette fuggire verso il nord. Riattraversata la Macedonia, scese di nuovo in Grecia, probabilmente a Corinto, rimanendovi tre mesi e scrivendo la celebre Lettera ai Romani.
Di qui tornò sui suoi passi: ripassò per la Macedonia, per nave raggiunse Troade e poi, toccando appena le isole di Mitilene, Chio, Samo, giunse a Mileto dove tenne un importante discorso agli Anziani della Chiesa di Efeso, dando un ritratto del pastore vero della Chiesa, cfr At 20. Di qui ripartì facendo vela verso Tiro, di dove raggiunse Cesarea Marittima per salire ancora una volta a Gerusalemme. Qui fu arrestato in base a un malinteso: alcuni Giudei avevano scambiato per pagani altri Giudei di origine greca, introdotti da Paolo nell’area templare riservata soltanto agli Israeliti. La prevista condanna a morte gli fu risparmiata per l’intervento del tribuno romano di guardia all’area del Tempio (cfr At 21,27-36); ciò si verificò mentre in Giudea era Procuratore imperiale Antonio Felice. Passato un periodo di carcerazione (la cui durata è discussa), ed essendosi Paolo, come cittadino romano, appellato a Cesare (che allora era Nerone), il successivo Procuratore Porcio Festo lo inviò a Roma sotto custodia militare.
Il viaggio verso Roma toccò le isole mediterranee di Creta e Malta, e poi le città di Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli. I cristiani di Roma gli andarono incontro sulla Via Appia fino al Foro di Appio (ca. 70 km a sud della capitale ) e altri fino alle Tre Taverne (ca. 40 km). A Roma incontrò i delegati della comunità ebraica, a cui confidò che era per "la speranza d'Israele" che portava le sue catene (cfr At 28,20). Ma il racconto di Luca termina sulla menzione di due anni passati a Roma sotto una blanda custodia militare, senza accennare né a una sentenza di Cesare (Nerone) né tanto meno alla morte dell'accusato. Tradizioni successive parlano di una sua liberazione, che avrebbe favorito sia un viaggio missionario in Spagna, sia una successiva puntata in Oriente e specificamente a Creta, a Efeso e a Nicopoli in Epiro. Sempre su base ipotetica, si congettura di un nuovo arresto e una seconda prigionia a Roma (da cui avrebbe scritto le tre Lettere cosiddette Pastorali, cioè le due a Timoteo e quella a Tito) con un secondo processo, che gli sarebbe risultato sfavorevole. Tuttavia, una serie di motivi induce molti studiosi di san Paolo a terminare la biografia dell'Apostolo con il racconto lucano degli Atti.
Sul suo martirio torneremo più avanti nel ciclo di queste nostre catechesi. Per ora, in questo breve elenco dei viaggi di Paolo, è sufficiente prendere atto di come egli si sia dedicato all’annuncio del Vangelo senza risparmio di energie, affrontando una serie di prove gravose, di cui ci ha lasciato l’elenco nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr 11,21-28). Del resto, è lui che scrive: "Tutto faccio per il Vangelo" (1 Cor 9,23), esercitando con assoluta generosità quella che egli chiama "preoccupazione per tutte le Chiese" (2 Cor 11,28). Vediamo un impegno che si spiega soltanto con un'anima realmente affascinata dalla luce del Vangelo, innamorata di Cristo, un’anima sostenuta da una convinzione profonda: è necessario portare al mondo la luce di Cristo, annunciare il Vangelo a tutti. Questo mi sembra sia quanto rimane da questa breve rassegna dei viaggi di san Paolo: vedere la sua passione per il Vangelo, intuire così la grandezza, la bellezza, anzi la necessità profonda del Vangelo per noi tutti. Preghiamo affinché il Signore, che ha fatto vedere la sua luce a Paolo, gli ha fatto sentire la sua Parola, ha toccato il suo cuore intimamente, faccia vedere anche a noi la sua luce, perché anche il nostro cuore sia toccato dalla sua Parola e possiamo così anche noi dare al mondo di oggi, che ne ha sete, la luce del Vangelo e la verità di Cristo.
Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia al balcone del Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo e recita l’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:
Cari fratelli e sorelle!
La liturgia di questa domenica rivolge a noi cristiani, ma al tempo stesso ad ogni uomo e ogni donna, la duplice domanda che Gesù pose un giorno ai suoi discepoli. Dapprima chiese loro: "La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?". Essi gli risposero che per alcuni del popolo Egli era Giovanni Battista redivivo, per altri Elia, Geremia o qualcuno dei profeti. Allora il Signore interpellò direttamente i Dodici: "Voi chi dite che io sia?". A nome di tutti, con slancio e decisione fu Pietro a prendere la parola: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Solenne professione di fede, che da allora la Chiesa continua a ripetere. Anche noi quest’oggi vogliamo proclamare con intima convinzione: Sì, Gesù, tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Lo facciamo con la consapevolezza che è Cristo il vero "tesoro" per il quale vale la pena di sacrificare tutto; Lui è l’amico che mai ci abbandona, perché conosce le attese più intime del nostro cuore. Gesù è il "Figlio del Dio vivente", il Messia promesso, venuto sulla terra per offrire all’umanità la salvezza e per soddisfare la sete di vita e di amore che abita in ogni essere umano. Quale vantaggio avrebbe l’umanità accogliendo quest’annuncio che porta con sé la gioia e la pace!
"Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". A questa ispirata professione di fede da parte di Pietro, Gesù replica: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli". È la prima volta che Gesù parla della Chiesa, la cui missione è l’attuazione del disegno grandioso di Dio di riunire in Cristo l’umanità intera in un’unica famiglia. La missione di Pietro, e dei suoi successori, è proprio quella di servire quest’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani; il suo ministero indispensabile è far sì che essa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, ma che sia la Chiesa di tutti i popoli, per rendere presente fra gli uomini, segnati da innumerevoli divisioni e contrasti, la pace di Dio e la forza rinnovatrice del suo amore. Servire dunque l’unità interiore che proviene dalla pace di Dio, l’unità di quanti in Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle: ecco la peculiare missione del Papa, Vescovo di Roma e successore di Pietro.
Davanti all’enorme responsabilità di questo compito, avverto sempre di più l’impegno e l’importanza del servizio alla Chiesa e al mondo che il Signore mi ha affidato. Per questo chiedo a voi, cari fratelli e sorelle, di sostenermi con la vostra preghiera, affinché, fedeli a Cristo, possiamo insieme annunciarne e testimoniarne la presenza in questo nostro tempo. Ci ottenga questa grazia Maria, che invochiamo fiduciosi come Madre della Chiesa e Stella dell’Evangelizzazione.
[01225-01.02] [Testo originale: Italiano]
La situazione internazionale registra in queste settimane un crescendo di tensione che vivamente preoccupa. Dobbiamo constatare, con amarezza, il rischio di un progressivo deterioramento di quel clima di fiducia e di collaborazione tra le Nazioni che dovrebbe invece caratterizzarne i rapporti. Come non misurare, nelle presenti circostanze, tutta la fatica dell’umanità a formare quella coscienza comune di essere "famiglia delle Nazioni" che il Papa Giovanni Paolo II aveva additato quale ideale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite? Occorre approfondire la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, che in ultima istanza è un destino trascendente (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2006, n. 6), per scongiurare il ritorno a contrapposizioni nazionalistiche che tanto tragiche conseguenze hanno prodotto in altre stagioni storiche. I recenti eventi hanno indebolito in molti la fiducia che simili esperienze restassero definitivamente consegnate al passato. Ma non bisogna cedere al pessimismo! Occorre piuttosto impegnarsi attivamente affinché venga respinta la tentazione di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi. La violenza va ripudiata! La forza morale del diritto, trattative eque e trasparenti per dirimere le controversie, a partire da quelle legate al rapporto tra integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli, fedeltà alla parola data, ricerca del bene comune: ecco alcune delle principali strade da percorrere, con tenacia e creatività, per costruire relazioni feconde e sincere e per assicurare alle presenti e alle future generazioni tempi di concordia e di progresso morale e civile! Trasformiamo questi pensieri e questi auspici in preghiera, affinché tutti i membri della comunità internazionale e quanti, in particolare, sono rivestiti di maggiore responsabilità, vogliano operare con generosità per ripristinare le superiori ragioni della pace e della giustizia. Maria, Regina della pace, interceda per noi!
Je vous salue, chers pèlerins de langue française, venus prier l’Angélus avec le successeur de Pierre. Le premier des Apôtres, à qui le Seigneur a confié les clefs du Royaume, a reçu la mission d’être le fondement sur lequel le Seigneur bâtirait son Église. Merci à vous qui m’accompagnez de votre prière et de votre affection dans le ministère qui est le mien. Que le Seigneur fortifie notre foi et nous fasse toujours vivre et agir selon les pensées de Dieu. Avec ma Bénédiction apostolique.
I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. Today’s Liturgy reminds us that as Christians we profess with Simon Peter that Jesus is the Christ, the Son of the living God. As members of the Church may we always find the courage to live faithfully and bear witness in word and deed to Christ our Lord and Saviour. I wish you all a pleasant stay in Castel Gandolfo and Rome, and a blessed Sunday!
Ganz herzlich grüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher. Heute heiße ich besonders die Mitglieder der „Geistlichen Familie Das Werk" willkommen, die in diesen Tagen eine Pilgerreise auf den Spuren des heiligen Paulus unternehmen. In der zweiten Lesung des heutigen Sonntags rühmt Paulus die Weisheit Gottes, die in seiner unendlichen Liebe ihren Ursprung hat. Der Herr schenkt uns seine Liebe und damit schenkt er sich selbst. Wir sind eingeladen, Gottes Helfer zu sein und seine Güte in der Welt sichtbar zu machen. – Der Heilige Geist begleite euch auf euren Wegen.
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana, en particular a los miembros de la Real Archicofradía de Jesús de Medinaceli, de San Fernando, Cádiz. Al dirigirme a vosotros, deseo asegurar que continúo rezando por el eterno descanso de los fallecidos en el trágico accidente aéreo ocurrido el pasado miércoles en el aeropuerto de Madrid, así como por los heridos en el mismo. El Señor conceda fortaleza, consuelo y esperanza a sus familias, a las que quisiera reiterar mi vivo afecto y mi cercanía espiritual. ¡Qué Dios os bendiga!
Pozdrawiam Polaków. Dzisiejsza Ewangelia przypomina wyznanie Piotra: „Ty jesteś Mesjasz, Syn Boga żywego" (Mt 16, 16). Oto fundament naszej wiary: Jezus Chrystus, Boży Syn, stał się Człowiekiem, umarł i zmartwychwstał dla naszego zbawienia. Niech ta prawda kształtuje nasze życie, abyśmy mieli udział w Jego chwale. Niech Bóg wam błogosławi!
[Saluto i polacchi. Il Vangelo di oggi ci ricorda la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Ecco il contenuto fondamentale della nostra fede: Gesù Cristo, Figlio di Dio, si è fatto uomo, è morto e risorto per la nostra salvezza. Questa verità modelli la nostra vita, affinché partecipiamo alla sua gloria. Dio vi benedica!]
Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i gruppi parrocchiali di Gemona del Friuli e di Miane. Saluto poi i fedeli di Agna, Massa di Toano, Poggiardo e Caltanissetta; come pure quelli venuti dalla Basilicata, da Ferentino e da San Cipriano d’Aversa, i giovani di Trepuzzi e gli anziani di Marino. A tutti auguro una buona domenica.
[01226-XX.02] [Testo originale: Plurilingue]
[B0527-XX.02]
"La XXIII Giornata mondiale della gioventù è stata un successo dal punto di vista sia religioso sia organizzativo". Non ha dubbi il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, a un mese dall'avvenimento che ha visto la sua diocesi ospitare il Papa e centinaia di migliaia di giovani dei cinque continenti.
In quest'intervista al nostro giornale il porporato evidenzia come tutta la gente in Australia, e non soltanto i cattolici, abbiano concordato nel riconoscere che "Benedetto XVI ha portato un messaggio forte e attraente sia per gli anziani sia per i giovani" e che i grandi protagonisti della settimana di Sydney 2008 sono stati i pellegrini stessi. "Il comandante della polizia li ha elogiati - spiega il cardinale Pell - e gli agenti sono stati contenti di lavorare con loro; perfino il tasso di criminalità in città è diminuito notevolmente durante quei giorni". Anche il Papa all'Angelus di domenica 10 agosto, ritornando sull'esperienza vissuta in Australia, ha parlato di "segno di gioia autentica, a tratti chiassosa ma sempre pacifica e positiva. Malgrado fossero tanti - ha sottolineato Benedetto XVI - non hanno causato disordini né recato alcun danno".
Per un'intera settimana Sydney è stata sotto gli occhi del mondo. Quale ricordo ha lasciato la Giornata mondiale della gioventù alla comunità locale?
Una serie di ricordi felici. Gli abitanti di Sydney si sono presi a cuore i pellegrini, sorpresi della loro allegria e del loro comportamento educato. Come sempre, le persone più adulte sono felici di vedere i giovani che si divertono. La polizia ha finito con l'apprezzare molto il lavoro con i pellegrini ed è rimasta sorpresa della loro gentilezza e gratitudine.
A loro volta, i pellegrini, alcuni dei quali veterani di molte Gmg, mi hanno raccontato quanto sono rimasti impressionati dalla disponibilità degli autisti degli autobus e perfino dei passanti.
Anche gli altri australiani giunti dal resto del Paese sono rimasti contenti dell'esperienza della Gmg e sono tornati nelle diocesi di provenienza con rinnovata fiducia nella loro fede e come persone migliori e più fedeli. E mentre gli abitanti di Sydney si sono affezionati ai giovani pellegrini, questi si sono affezionati a Sydney, portando via con loro ricordi preziosi della nostra bella città e - cosa ancor più importante - il ricordo delle migliaia di membri dello staff e dei volontari che hanno lavorato duramente e delle migliaia di passanti che si sono sforzati di aiutare anche solo magari per dare un'informazione.
A giudicare dalle cifre che sono state diffuse si tratta di un record senza precedenti per la città più grande d'Australia. Bastano i numeri a decretare il successo di questa XXIII Gmg?
Si è trattato di un successo spirituale e religioso. Il successo non viene semplicemente dai numeri, dalla buona organizzazione e dal bel tempo, sebbene questi fattori aiutino. I criteri più importanti per il successo sono spirituali ed è impossibile quantificare con accuratezza i frutti religiosi. Non possiamo essere certi di come opera l'economia divina, ma l'accoglienza che ha ricevuto la Via crucis ha mostrato la potenza spirituale di Cristo Nostro Signore e della sua storia redentrice. I giovani che hanno interpretato le varie parti non erano attori professionisti, ma bravi cattolici dalla fede profonda.
I quattrocentomila presenti alla messa conclusiva - un numero relativamente basso secondo gli standard della Gmg - costituiscono nel loro insieme il più grande raduno singolo nella storia dell'Australia. Avendo celebrato messa in molte situazione diverse, ogni tanto anche quando l'assemblea si distrae o diventa rumorosa, per me è stato un piccolo miracolo che nei grandi incontri di Sydney 2008, ciascuno con 150.000 o più partecipanti, vi siano stati lunghi momenti in cui si sarebbe sentito cadere uno spillo. Decine di migliaia di giovani pellegrini, per la maggior parte australiani, hanno pregato in silenzio. A coloro che affermano che non è possibile dico: "Chiedete a chi era presente".
Ho fatto colazione con un gruppo proveniente da Kalamazoo, Michigan (Stati Uniti d'America), e un veterano di molte Gmg mi ha fatto i complimenti per la qualità dell'organizzazione, affermando che quella di Sydney era la Gmg più cordiale alla quale aveva partecipato.
Il cristianesimo fa la differenza nella vita quotidiana, una differenza in positivo. È questa una delle ragioni per cui i seguaci di Cristo sono aumentati e sono cresciuti in tutto il mondo per quasi duemila anni. Alcuni protestanti mi hanno perfino detto di essere sorpresi di scoprire quanto siano cristocentrici i cattolici. La Via crucis è stata un successo, anche grazie alla fedeltà alle Scritture.
Molti sostengono che le Gmg sono dispendiose per le comunità ospitanti. In realtà quanto pesa l'organizzazione di un evento del genere sul bilancio della diocesi e delle amministrazioni civili?
Un grande incontro di cinque giorni non può essere pagato con l'aria fresca o con la grazia santificatrice! Con una piccola comunità cattolica di poco più di cinque milioni di persone in Australia, l'arcidiocesi di Sydney non avrebbe potuto ospitare la Gmg senza l'aiuto finanziario del governo federale (trentacinque milioni di dollari australiani in contanti, oltre al contributo di alcuni servizi) e quello offerto dal governo del New South Wales per un valore di ottantasei milioni di dollari.
La comunità cattolica è grata per questo aiuto e per le numerose offerte di donatori e di imprese commerciali molto generosi.
I pellegrini provenienti dalla regione del Pacifico sono stati il doppio rispetto alle stime e sono stati sovvenzionati dai pellegrini australiani e neozelandesi. Molte parrocchie e scuole australiane si sono associate con gruppi del Pacifico e di Papua Nuova Guinea per aiutare con le spese di viaggio.
In un recente sondaggio, il 75 per cento degli abitanti di Sydney ha espresso l'opinione che gli organizzatori guidati dal vescovo Fisher e da Danny Casey hanno fatto un buon lavoro, e questo verdetto della maggioranza è giustificato. Il 71 per cento ha dichiarato che la Gmg è stata una buona cosa per Sydney, e solo il 12 per cento ha pensato che sia stata negativa.
Una percentuale ancora più elevata, l'81 per cento, ha dichiarato che è stato bello vedere tanti giovani divertirsi.
Nonostante le costanti critiche da parte di alcuni settori dei media, le elevate percentuali di approvazione della Gmg a Sydney da parte del pubblico hanno dimostrato che gli australiani non sono anticattolici: del resto i cattolici rappresentano il 26 per cento della popolazione del Paese.
La copertura da parte dei giornali del Telegraph e di The Australian è stata straordinaria, presentando non soltanto la personalità del Papa, ma anche ciò che aveva da dire. Sebbene non sia un grande oratore pubblico, egli è un maestro eccezionale e i suoi discorsi generano rilettura e studio. La sua natura tranquilla rivela un uomo buono e gentile, in pace con se stesso e con il mondo che lo circonda. Le persone hanno detto di avere avuto la sensazione che parlasse loro personalmente. Benedetto XVI è stato felice, grato di tutta la cordialità ufficiale e pubblica che gli è stata mostrata, e forse un po' sorpreso dalla profondità della fede che ha incontrato.
Insomma la Gmg è valsa ogni centesimo speso.
Durante la messa inaugurale a Barangaroo lei ha portato il pastorale e ha indossato la croce pettorale di due suoi predecessori. Perché ha fatto questa scelta?
Ho utilizzato l'anello e la croce pettorale del primo arcivescovo di Sydney, il benedettino inglese John Bede Polding, e il pastorale del primo cardinale australiano, Francis Patrick Moran, di origini irlandesi. Ho anche utilizzato il calice di William Ullathorne, altro benedettino inglese che ha lavorato in Australia come sacerdote e che poi è ritornato in Inghilterra per diventare il primo arcivescovo di Birmingham. È stato un modo per mantenere vivo il patrimonio di fede della nostra Chiesa.
Dalla giovanissima Australia alla vecchia Europa. Che cosa pensa della scelta di Madrid come sede della Giornata mondiale della gioventù 2011?
Sono lieto e onorato di aver fatto parte della squadra che ha organizzato la Gmg 2008. È stata una celebrazione splendida, donatrice di vita. Auguro ai nostri fratelli e alle nostre sorelle spagnoli ogni successo nell'ospitare la prossima Giornata mondiale della gioventù. La fede della Chiesa in Australia è stata rafforzata dalla Gmg e sono certo che accadrà lo stesso in Spagna.
BENEDETTO XVI
ANGELUS
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 17 agosto 2008
Cari fratelli e sorelle,
Nell’odierna XX Domenica del tempo ordinario, la liturgia propone alla nostra riflessione le parole del profeta Isaia: "Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo / … li condurrò sul mio monte santo / e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. / … perché il mio tempio si chiamerà / casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,6-7). All’universalità della salvezza fa riferimento anche l’apostolo Paolo nella seconda lettura, come pure la pagina evangelica che narra l’episodio della donna Cananea, una straniera rispetto ai Giudei, esaudita da Gesù per la sua grande fede. La Parola di Dio ci offre così l’opportunità di riflettere sull’universalità della missione della Chiesa, costituita da popoli di ogni razza e cultura. Proprio da qui proviene la grande responsabilità della comunità ecclesiale, chiamata ad essere casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana.
Quanto è importante, soprattutto nel nostro tempo, che ogni comunità cristiana approfondisca sempre più questa sua consapevolezza, al fine di aiutare anche la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione e ad organizzarsi con scelte rispettose della dignità di ogni essere umano! Una delle grandi conquiste dell’umanità è infatti proprio il superamento del razzismo. Purtroppo, però, di esso si registrano in diversi Paesi nuove manifestazioni preoccupanti, legate spesso a problemi sociali ed economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale. Preghiamo perché dovunque cresca il rispetto per ogni persona, insieme alla responsabile consapevolezza che solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera.
Vorrei oggi proporre un’altra intenzione per cui pregare, date le notizie che giungono, specialmente in questo periodo, di numerosi e gravi incidenti stradali. Non dobbiamo abituarci a questa triste realtà! Troppo prezioso infatti è il bene della vita umana e troppo indegno dell’uomo è morire o ritrovarsi invalido per cause che, nella maggior parte dei casi, si potrebbero evitare. Occorre certo maggiore senso di responsabilità. Anzitutto da parte degli automobilisti, perché gli incidenti sono dovuti spesso all’eccessiva velocità e a comportamenti imprudenti. Condurre un veicolo sulle pubbliche strade richiede senso morale e senso civico. A promozione di quest’ultimo è indispensabile la costante opera di prevenzione, vigilanza e repressione da parte delle autorità preposte. Come Chiesa, invece, ci sentiamo direttamente interpellati sul piano etico: i cristiani devono prima di tutto fare un esame di coscienza personale sulla propria condotta di automobilisti; le comunità inoltre educhino tutti a considerare anche la guida un campo in cui difendere la vita ed esercitare concretamente l’amore del prossimo.
Affidiamo le problematiche sociali che ho ricordato alla materna intercessione di Maria, che ora invochiamo insieme con la recita dell’Angelus.
Dopo l'Angelus
Continuo a seguire con attenzione e preoccupazione la situazione in Georgia e mi sento particolarmente vicino alle vittime del conflitto. Mentre elevo una speciale preghiera di suffragio per i defunti ed esprimo sincere condoglianze a quanti sono in lutto, faccio appello affinché siano alleviati con generosità i gravi disagi dei profughi, soprattutto delle donne e dei bambini, che mancano perfino del necessario per sopravvivere. Chiedo l’apertura, senza ulteriori indugi, di corridoi umanitari tra la regione dell’Ossezia meridionale e il resto della Georgia, in modo che i morti ancora abbandonati possano ricevere degna sepoltura, i feriti siano adeguatamente curati e venga consentito a chi lo desidera di ricongiungersi con i suoi cari. Si garantiscano, inoltre, alle minoranze etniche coinvolte nel conflitto l’incolumità e quei diritti fondamentali che non possono mai essere conculcati. Auspico, infine, che la tregua in atto, raggiunta grazie al contributo dell’Unione Europea, possa consolidarsi e trasformarsi in pace stabile, mentre invito la Comunità internazionale a continuare ad offrire il suo sostegno per il raggiungimento di una soluzione duratura, attraverso il dialogo e la buona volontà comune.
Con profonda emozione ho appreso dell’improvvisa morte di S.E. Mons. Wilhelm Emil Egger, Vescovo di Bolzano-Bressanone. L’avevo lasciato pochi giorni fa apparentemente in buona salute. Nulla faceva pensare ad una sua così rapida dipartita. Mi unisco al cordoglio dei parenti e dell’intera diocesi, nella quale era apprezzato ed amato per il suo impegno e per la sua dedizione. Nell’elevare al Signore una fervida preghiera di suffragio per questo suo servo buono e fedele, invio una speciale confortatrice benedizione apostolica al fratello religioso cappuccino, agli altri parenti e a tutti i sacerdoti, i religiosi, le religiose ed i fedeli della diocesi di Bolzano-Bressanone.
Je vous adresse un cordial salut, chers pèlerins de langue française ! En cette période de vacances, je vous invite à prendre du temps pour aller à la rencontre du Seigneur dans la prière, avec l’assurance confiante qui fut celle de la Cananéenne dont nous parle le texte de l’Évangile d’aujourd’hui. N’ayez pas peur de vous tourner vers Dieu qui est un Père plein d’amour et de miséricorde ! Avec ma Bénédiction apostolique.
I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Sunday Angelus prayer. In today’s Gospel Jesus invites us, after the example of the Canaanite woman, to profess our faith and our complete trust in God. He alone, through the power of his Word and his Holy Spirit, can touch our hearts and save us. May your stay in Castel Gandolfo and Rome draw you nearer to Christ, and may God bless you all!
Ein herzliches "Grüß Gott" sage ich euch allen, liebe Freunde aus den Ländern deutscher Sprache. Das Evangelium des heutigen Sonntags berichtet uns von einer Frau, die nicht zum jüdischen Volk gehört, aber Jesus beharrlich um die Heilung ihrer Tochter bittet. Und ihr Gebet wird erhört. Die Begebenheit zeigt uns: Im tiefen Vertrauen berührt der Mensch Gott und Gott den Menschen. Lassen wir uns von Gottes Liebe anrühren und seien wir Botschafter seines Erbarmens unter den Menschen! – Der Herr segne eure Urlaubszeit und begleite euch auf euren Wegen.
Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Os invito a seguir a Jesucristo cada día con fe viva, con esperanza ilusionada y caridad ardiente. Que vuestro corazón no se deje vencer por las dificultades cotidianas, antes bien, glorificad a Dios con vuestras vidas. Feliz domingo.
Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Dzisiejsza liturgia, przypominając spotkanie Jezusa z Kananejką, uczy jak jest skuteczna pokorna i pełna wiary modlitwa. Niech to ewangeliczne zdarzenie napełnia nas nadzieją, gdy przychodzimy do Pana z naszymi małymi i wielkimi potrzebami. Niech wam Bóg błogosławi.
[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. La liturgia odierna, ricordando l’incontro di Gesù con la donna cananea, ci insegna come è efficace la preghiera umile e piena di fede. Quest’evento evangelico ci colmi di speranza quando veniamo al Signore con le nostre piccole e grandi necessità. Dio vi benedica!]
Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli della parrocchia di San Silvestro, in Faenza. A tutti auguro una buona domenica.
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno AMISSALE ROMANUM VETUS ORDO |
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LETTURE: Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11, 13-15.29-32; Mt 15, 21-28 |
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Dio è di tutti Nella concezione dell’Antico Testamento l’umanità si divideva in due blocchi: da una parte Israele, popolo di Dio, al quale appartenevano l’elezione, l’alleanza, le promesse divine; dall’altra le nazioni. La distinzione non era soltanto razziale o politica, ma prima di tutto religiosa: le nazioni erano infatti, ad un tempo, coloro che «non conoscono Iahvè» (= pagani) e coloro che non partecipano alla vita del suo popolo (= stranieri). La dialettica tra Israele e le nazioni ritma tutto lo svolgimento della storia della salvezza, ed ha un movimento pendolare che oscilla costantemente fra particolarismo esclusivistico e universalismo. |
SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
BENEDETTO XVI
ANGELUS
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Venerdì, 15 agosto 2008
Cari fratelli e sorelle!
nel cuore di quelle che i latini chiamavano "feriae Augusti ", ferie d’agosto - da cui la parola italiana "ferragosto" - la Chiesa celebra quest’oggi l’Assunzione della Vergine al Cielo in anima e corpo. Nella Bibbia, l’ultimo riferimento alla sua vita terrena si trova all’inizio del libro degli Atti degli Apostoli, che presenta Maria raccolta in preghiera con i discepoli nel Cenacolo in attesa dello Spirito Santo (At 1,14). Successivamente, una duplice tradizione - a Gerusalemme e ad Efeso - attesta la sua "dormizione", come dicono gli orientali, cioè il suo essersi "addormentata" in Dio. Fu quello l’evento che precedette il suo passaggio dalla terra al Cielo, confessato dalla fede ininterrotta della Chiesa. Nell’VIII secolo, ad esempio, Giovanni Damasceno, stabilendo un rapporto diretto tra la "dormizione" di Maria e la morte di Gesù, afferma esplicitamente la verità della sua assunzione corporea. Scrive in una celebre omelia: "Bisognava che colei che aveva portato in grembo il Creatore quando era bambino, abitasse con Lui nei tabernacoli del cielo" (Omelia II sulla Dormizione, 14, PG 96, 741 B). Com’è noto, questa ferma convinzione della Chiesa ha trovato il suo coronamento nella definizione dogmatica dell’Assunzione, pronunciata dal mio venerato Predecessore Pio XII nell’Anno 1950.
Come insegna il Concilio Vaticano II, Maria Santissima va sempre collocata nel mistero di Cristo e della Chiesa. In questa prospettiva, "la Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla quale segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in cammino, fino a quando verrà il giorno del Signore (cfr 2 Pt 3,10)" (Cost. Lumen gentium, 68). Dal Paradiso la Madonna continua a vegliare sempre, specialmente nelle ore difficili della prova, sui suoi figli, che Gesù stesso Le ha affidato prima di morire in croce. Quante testimonianze di questa sua materna sollecitudine si riscontrano visitando i Santuari a Lei dedicati! Penso in questo momento specialmente alla singolare cittadella mondiale della vita e della speranza che è Lourdes, ove, a Dio piacendo, mi recherò fra un mese, per celebrare il 150° anniversario delle apparizioni mariane colà avvenute.
Maria assunta in cielo ci indica la meta ultima del nostro pellegrinaggio terreno. Ci ricorda che tutto il nostro essere - spirito, anima e corpo – è destinato alla pienezza della vita; che chi vive e muore nell’amore di Dio e del prossimo sarà trasfigurato ad immagine del corpo glorioso di Cristo risorto; che il Signore abbassa i superbi e innalza gli umili (cfr Lc 1,51-52). Questo la Madonna proclama in eterno col mistero della sua Assunzione. Che Tu sia sempre lodata, o Vergine Maria! Prega il Signore per noi.
Dopo l'Angelus
Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes de la famille marianiste, en ce jour où nous célébrons l’Assomption de la Vierge Marie. Alors que je me prépare à visiter la France, dont Marie en son Assomption est la Patronne, je vous invite à vous laisser guider par elle dans votre marche vers son Fils Jésus. Que ‘celle qui a cru à l’accomplissement des paroles qui lui furent dites de la part du Seigneur’ vous aide à grandir dans la foi et vous donne de vivre dans l’espérance ! Bonne fête de l’Assomption !
I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. As we celebrate the Solemnity of the Assumption of the Blessed Virgin, we are invited to raise our eyes to heaven and contemplate Mary, the Mother of Jesus and our Mother. She who on earth believed in God’s word is now glorified in body and soul. May Mary’s prayers and example guide you always and renew your hearts in faith and hope. May God grant you and your families abundant blessings of peace and joy!
Mit Freude grüße ich am heutigen Fest „Mariä Himmelfahrt" alle deutschsprachigen Pilger. Maria ist „voll der Gnade". Als Mutter hatte sie schon am irdischen Leben ihres göttlichen Sohnes teil; und diese Gemeinschaft mit dem Herrn dauert im Himmel fort. Jesus Christus nimmt Maria hinein in die Herrlichkeit seiner Auferstehung. An der Seite ihres Sohnes bleibt sie uns nahe, und wir dürfen uns ihrem mütterlichen Schutz und ihrer Fürbitte anvertrauen. Ich wünsche euch allen einen schönen, gesegneten Festtag.
Saludo con afecto a los fieles de lengua española presentes en esta oración mariana y a quienes se unen a ella a través de la radio y la televisión. Que la contemplación del misterio de la Asunción de la Virgen María, Madre de Dios, figura y primicia de la Iglesia que un día será glorificada, os sirva de consuelo y esperanza. Que Ella os alcance de su divino Hijo toda clase de bendiciones. Muchas gracias.
Serdecznie pozdrawiam wszystkich Polaków. Jednoczę się w duchu z pielgrzymami, którzy gromadzą się na Jasnej Górze i wielu innych sanktuariach maryjnych. Wniebowzięta Matka Chrystusa niech otacza was płaszczem swojej opieki i wyprasza wszelkie potrzebne łaski. Niech wam Bóg błogosławi.
[Saluto cordialmente tutti i polacchi. Mi unisco spiritualmente ai pellegrini che si radunano a Jasna Gora e negli altri numerosi santuari mariani. L’assunta Madre di Cristo vi avvolga con il manto della sua protezione e implori tutte le grazie necessarie. Dio vi benedica.]
Saluto infine con affetto i pellegrini italiani. A tutti auguro di trascorrere nella gioia questa solenne e popolare festa mariana.
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

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La definizione del dogma è avvenuta nel 1950 per opera di Pio XII. Ignoriamo se, come e quando avvenne la morte di Maria, festeggiata assai presto come «dormitio». E’ una solennità che, corrispondendo al natalis (morte) degli altri santi, è considerata la festa principale della Vergine. Il 15 agosto ricorda con probabilità la dedicazione di una grande chiesa a Maria in Gerusalemme. |
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Santo e glorioso è il corpo della Vergine Maria Dalla Costituzione Apostolica «Munificentissimus Deus» di Pio XII, papa |
"Dio si mostra nella storia dell'uomo attraverso segni diversi che spetta a noi riconoscere. Per tale motivo il vescovo, come capo della Chiesa locale, deve esser molto attento ai segni divini per interpretare la storia contemporanea e dare un nuovo significato all'evangelizzazione". Così si è espresso l'arcivescovo di Barranquilla e presidente della Conferenza episcopale della Colombia, Rubén Salazar Gómez, in occasione del seminario di attualizzazione biblica per la formazione dei vescovi latinoamericani, promosso dal Consiglio episcopale (Celam), svoltosi recentemente a Quito in Ecuador.
Il presule, riferendo sui contenuti dell'iniziativa, sottolinea che "l'incontro è stato incentrato sulla figura di san Paolo, come modello sempre attuale di testimonianza di fede".
Monsignor Salazar Gómez specifica che "il vescovo deve essere costantemente in contatto con la parola di Dio per dare luce alla sua attività pastorale".
E aggiunge: "Per noi presuli, è vitale osservare questo, perché non possiamo evangelizzare se non abbiamo alto il senso del verbo divino". Secondo il presidente della Conferenza episcopale "occorre trovare una nuova visione del mondo contemporaneo. I grandi mutamenti che stanno avvenendo vanno osservati e studiati con occhi diversi, sempre tenendo presente la voce di Dio tra gli uomini".
La formazione dei vescovi passa poi attraverso l'unità, perché è essenziale ricordare che ogni attività pastorale non va vista soltanto in un contesto locale ma in un quadro più complesso di collegialità, dove ogni singola azione contribuisce, con le altre, a realizzare il disegno divino.
Il presule ricorda: "Noi vescovi dobbiamo avere coscienza di essere sempre molto uniti per analizzare insieme la realtà, per cercare di scoprirvi i segni dell'amore e della presenza di Dio. E allo stesso tempo, per vedere come esprimiamo questa presenza e questo amore, come lo annunciamo attraverso le categorie e gli elementi fondamentali dell'uomo di oggi".
L'arcivescovo evidenzia ancora che l'incontro di Quito porta ancora vivo il messaggio del servo di Dio Giovanni Paolo ii, quando parlò l'11 dicembre 1979 ai vescovi dell'Ecuador in visita ad limina: "L'opera evangelizzatrice, che è la funzione propria e primaria della Chiesa - affermò il Papa - non deve tuttavia prescindere da quello che è il suo naturale complemento: la preoccupazione per la ripercussione sociale del vangelo, che va diretto all'essere umano, visto secondo il piano divino".
Il servo di Dio aggiunse: "Tenendo presente questo, si dovrà operare un'evangelizzazione sempre più profonda valorizzando questo substrato religioso, orientando le sue manifestazioni, completandole, purificandole dove necessario. Così si porteranno i fedeli ad avere una fede adulta, aiutandoli a superare i fenomeni di secolarizzazione nei loro aspetti negativi di ignoranza religiosa, indifferenza, materialismo pratico e dottrinale. In questo modo si potranno anche vincere gli influssi estranei che possono mettere in dubbio la fedeltà a Cristo e alle convinzioni proprie di un cattolico".
Monsignor Salazar Gómez osserva che il discorso del servo di Dio "parla di una nuova evangelizzazione: nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi e soprattutto nella sua espressione. Infonde coraggio all'attività pastorale e guida verso traguardi sempre più ricchi di spiritualità".
Come spiega il presule al nostro giornale, il simposio, giunto ormai alla terza edizione, ha dunque costituito un momento importante per la formazione pastorale.
Il primo corso si è svolto nel 2006. L'anno scorso, fra l'altro, il tema è stato incentrato sulle ultime ricerche dedicate al vangelo e ha visto il contributo di alcuni professori spagnoli che hanno esposto i risultati dei loro studi sui testi sacri sinottici.
L'arcivescovo aggiunge che "quest'anno si è scelta, invece, la figura di san Paolo, per approfondire il tema dell'evangelizzazione". In particolare a relazionare sull'apostolo delle genti e sulla sua attualità, è stato un docente dell'università spagnola di Deusto, Carlos Gil Arbiol.
A rappresentare il Celam, c'era il responsabile del Centro biblico (Cebipal), padre Crisóforo Domínguez y Fidel Oñoro.
Il vescovo di Texcoco e presidente del dipartimento per la comunione e il dialogo del Celam, Carlos Aguiar Retes ha inoltre presentato ai presuli convenuti al seminario, un panorama sul Documento di Aparecida incentrato su sette punti principali: il cambio d'epoca, la conversione pastorale, la coscienza vocazionale, la spiritualità della comunione, il rinnovamento delle parrocchie, la promozione della vocazione laicale e la missione continentale.
A conclusione del seminario è stata celebrata la santa messa presieduta da monsignor Salazar Gómez. Nell'omelia il presule ha parlato della difficoltà nell'annuncio evangelico nell'epoca attuale. "Non è facile - ha detto - discernere nella nostra epoca, nella cultura che stiamo vivendo, in questa visione globalizzata, come Dio sta agendo per operare la nostra salvezza, affinché noi ci possiamo affidare al completo servizio di questa attuazione. È un momento difficile perché più che mai sentiamo il cambiamento e avvertiamo la transizione: dobbiamo trovare nuove forme e nuovi modelli di vita".
Il presule ha aggiunto: "Dobbiamo essere sempre disponibili a tenere presente l'essenziale che è proprio l'annuncio di amore e di salvezza che Dio ci offre per mezzo di Gesù Cristo morto e risorto per noi. E pertanto essere sempre disposti a condividere il destino di Gesù".
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Santa Chiara d'Assisi
Fu la prima donna che si entusiasmò dell’ideale di san Francesco d’Assisi, con il quale fu sempre in profondi rapporti spirituali; aveva allora 18 anni. Si può dire che la sua vita religiosa, da quando fuggì da casa, seguita una quindicina di giorni dopo dalla sorella, sant’Agnese di Assisi, fu un continuo sforzo per giungere alla totale e perfetta povertà. Fondò con san Francesco il secondo ordine francescano che porta il suo nome: le Clarisse, in cui entrò pure la madre, Ortolana, e l’altra sorella, Beatrice. Passò la seconda metà della vita quasi sempre a letto perché ammalata, pur partecipando sovente ai divini uffici. Portando l’Eucaristia, salvò il convento da un attacco di Saraceni nel 1240. Morì a san Damiano, fuori le mura di Assisi, l’11 agosto, a sessant’anni.
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Rifletti sulla povertà, umiltà e carità di Cristo Dalla «Lettera alla beata Agnese di Praga» di santa Chiara, vergine |

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno AMISSALE ROMANUM VETUS ORDO |
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LETTURE: 1 Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33 |
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Il Dio vicino Le letture presentano due scene di teofania: al profeta Elia Dio si manifesta nella brezza all’imbocco della caverna dell’Oreb; agli apostoli e a Pietro, in particolare, Dio si manifesta nella persona di Gesù che domina il mare (prima lettura e vangelo). |
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Dio, abisso di carità Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine |

6 AGOSTO
TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE
Anno A - Festa
Una porta stretta per entrare nel regno Per gli Orientali il 6 agosto rappresenta la Pasqua dell’estate per l’importanza tipologico-biblica dell’avvenimento ricordato dai vangeli. Nella trasfigurazione sul «monte santo» (2 Pt 1,18), individuato per tradizione nel Tabor, Gesù si manifesta ai discepoli nello splendore della vita divina che è in lui. Questo splendore è solo un anticipo di quello che lo avvolgerà nella notte di Pasqua e che comunicherà a noi rendendoci figli di Dio. La nostra vita cristiana è da allora un processo di lenta ma reale e sicura trasformazione in Cristo, come è mirabilmente cantato dal prefazio: il Cristo «rivelò la sua gloria... per preparare i discepoli a sostenere lo scandalo della croce e anticipare, nella Trasfigurazione, il destino meraviglioso della Chiesa, suo mistico corpo». E' bello restare con Cristo! Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Anastasio sinaita, vescovo (Nn. 6-10; Mélanges d'archéologie et d'histoire, 67 [1955] 241-244)
La festa della trasfigurazione fu estesa all’Occidente nel 1456 da Callisto III in ricordo di una vittoria sull’Islam.
La luce è la forma di comunione più perfetta: permette la conoscenza reciproca e la compenetrazione più assoluta. Per questo è vista come il segno più espressivo dell’Eucaristia. San Giovanni, scrivendo «in codice» il libro liturgico per eccellenza, l’Apocalisse, definisce Cristo come «la stella radiosa del mattino» (Ap 2,28; 22,16). E’ il dono eucaristico alle Chiese che si «convertono», e ai singoli che hanno «candeggiato» le loro vesti nel sangue dell’Agnello e camminano con il Signore «in bianche vesti». Si comprende come la trasfigurazione, con il tema della luce, sia stata scelta ben presto quale lettura base per la catechesi liturgica in preparazione al battesimo (cf II domenica di Quaresima).
Gli Orientali cantano un’antifona molto espressiva dopo la comunione: ìdomen tò phòs (abbiamo visto la luce). Anche noi in ogni Messa «vediamo la luce» comunicando col Risorto: come Mosè al roveto ardente o sul Sinai; come il popolo sotto la nube luminosa, Elia rapito sul carro di fuoco, Simeone al tempio di Gerusalemme; come Pietro, Giacomo e Giovanni al Tabor; come gli Apostoli con Maria nel cenacolo a Pentecoste, Paolo sulla via di Damasco... In attesa di essere rivelati come «figli della luce» nella liturgia dei cielo, quando Dio sarà «tutto in tutti».

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un'immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L'evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17, 1-3).
Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo.
Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall'alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo si a nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l'occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata.
Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni.
Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, è davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi è di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce?
Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «E' bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l'anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che gli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri.

Era la sera della Trasfigurazione di trent'anni fa, il 6 agosto 1978, quando nella calura e nella solitudine di Castel Gandolfo quietamente si spegneva, quasi ottantunenne, Paolo VI. Da tempo Papa Montini era sofferente, ma la morte - alla quale veniva preparandosi ormai da anni - sopraggiunse come desiderava, quasi improvvisa, senza cioè che una lunga malattia impedisse o rallentasse il carico quotidiano e irrinunciabile del suo servizio alla Chiesa e al mondo. Così, per un momento, nella distrazione dell'estate, ci si accorse di quell'uomo fragile e anziano, ma animato da una forza interiore che traspariva dagli occhi grigi e dallo sguardo intenso che colpiva come la sua voce, fattasi con gli anni più roca e talora drammatica.
Si concludeva così un pontificato difficile ma decisivo. Per la vita della Chiesa e per la sua presenza nel mondo di oggi. Come ha voluto ricordare Benedetto XVI, affermando - con parole brevi, ma tanto più impressionanti quanto più Papa Ratzinger rifugge dalle espressioni enfatiche - che "appare sempre più grande, direi quasi sovrumano, il merito di Paolo VI" nel guidare il Vaticano II e la Chiesa nella "movimentata fase" successiva. Grandezza e merito che gli vennero subito riconosciuti dai suoi due immediati successori (anch'essi, come l'attuale, cardinali da lui creati), che ne ripresero il nome insieme a quello del predecessore, a sottolineare una continuità evidente nei fatti, ma messa in dubbio già a metà degli anni Sessanta, e poi ricorrente nell'esercizio strumentale, giornalistico e storiografico, che non si limita a enucleare diversità ovvie ma contrappone i Papi l'uno con l'altro.
Evidenza e strumentalità già avvertite da Montini e annotate in un appunto di quel tempo dove rivendicava "fedeltà sostanziale alla linea" del predecessore e osservava che "è far torto, e torto grave alla memoria di Papa Giovanni attribuendogli idee e atteggiamenti ch'Egli non ebbe". Rispondono invece alla realtà le interpretazioni dei suoi ultimi successori. Nel primo anniversario della morte di Paolo VI, acutamente Giovanni Paolo II gli riconobbe il carisma della trasformazione e quello del suo tempo. Ora Benedetto XVI - secondo il criterio di quella "ermeneutica della riforma" che nel quarantesimo del Vaticano II ha lucidamente descritto come opposta alla "ermeneutica della discontinuità", eversiva nei confronti della tradizione che per sua natura è dinamica e aperta al futuro - ritiene provvidenziale l'elezione del cardinale Montini, avvenuta nel "momento più delicato del Concilio", quando cioè l'intuizione di Giovanni XXIII addirittura "rischiava di non prendere forma".
In un frangente difficilissimo, Giovanni Battista Montini - in coerenza con tutta la sua vita, come mostrano, tra l'altro, i suoi scritti, segnati da una continuità anche stilistica sorprendente - assunse il pontificato romano con una chiara coscienza della propria responsabilità. Guidando e concludendo il concilio, subito riconvocato, con determinazione e secondo una linea di rinnovamento che raccogliesse il maggiore consenso possibile. Linea poi mantenuta con pazienza e fermezza, secondo l'atteggiamento descritto nella prima enciclica, Ecclesiam suam, che è per intero di suo pugno: "La Chiesa avverte la sbalorditiva novità del tempo moderno; ma con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate". Come confermarono poi tutti i gesti simbolici e le decisioni di governo, che smentiscono incertezze e ipotetiche svolte di un Papa che, tra l'altro, fu il primo a recarsi in nove viaggi internazionali in tutti i continenti.
Nonostante opposizioni tenaci e gravi dissensi nella Chiesa, nonostante gli attacchi anche personali e critiche impietose (moltiplicatesi soprattutto dopo il Credo del Popolo di Dio e dopo l'ultima enciclica, l'Humanae vitae), Paolo VI non rinunciò mai al proprio magistero, che nell'omelia di bilancio del pontificato dichiarò essere stato "a servizio e a difesa della verità", e per questo rivolto a difendere la vita umana. Per amore di Dio e per amore dell'uomo, perché - come scrisse nell'appunto già citato - "forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definizione dell'amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero".g. m. v.
(©L'Osservatore Romano - 6 agosto 2008)
Damasco, 2. Una società plurireligiosa che sa convivere: la Siria mantiene il suo profilo paradigmatico. E per diffonderlo sta contribuendo anche all'Anno paolino, che attira molti sguardi - dal di dentro e dal di fuori della Siria - verso Damasco. Sulle tracce di san Paolo, cresce nel Paese del Vicino Oriente il numero di visitatori e pellegrini ai quali si è aggiunto di recente - grazie all'Opera Romana Pellegrinaggi e all'appoggio della nunziatura apostolica - un gruppo internazionale di giornalisti invitati dal ministero del Turismo siriano. Quindi, un'opportunità di sperimentare una quotidianità che va al di là del semplice dialogo: si tratta di convivenza, come la definisce il vescovo Armash Nalbandian, primate della Chiesa armeno-ortodossa della diocesi di Damasco. Paolo è anche "esempio del dialogo interreligioso e interculturale, passato e presente", commenta. E sicuramente anche del dialogo ecumenico, al quale punta il vescovo ortodosso invitato al Sinodo dei vescovi dell'ottobre prossimo. Dall'appuntamento di Roma si aspetta un punto di incontro su ciò che unisce i cristiani nella Bibbia.
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Jamal Mustafa Arab, direttore della Grande Moschea degli Omayyadi a Damasco, difende il dialogo islamo-cristiano che è sempre esistito in Siria. "Nessuno appartenente ad alcuna religione deve rinchiudersi in se stesso", ribadisce. Ricorda la testimonianza dell'incontro interreligioso di Giovanni Paolo ii durante la sua indimenticabile visita alla moschea il 6 maggio del 2001. "Il dialogo interreligioso - disse allora Papa Karol Wojtyla - è più efficace quando nasce dall'esperienza del "vivere gli uni con gli altri", ogni giorno, in seno alla stessa comunità e cultura".
Un viaggio di Benedetto xvi a Damasco preceduto da un incontro con il Papa a Roma: questo il desiderio espresso - di fronte al gruppo di giornalisti convocati presso il ministero del Culto siriano - da Ahmed Badr Al Deem Hassun, Gran Muftì della Siria. È una dimostrazione di cortesia che rientra nella normalità. Come confermano fonti ecclesiastiche, Papa Ratzinger ha ricevuto inviti ufficiali da tutti i Paesi "paolini", dove si recheranno inviati pontifici per la chiusura dell'Anno dedicato all'apostolo delle genti.
Siriani musulmani e cristiani condividono preoccupazione e prevenzione per il fondamentalismo islamico, coscienti che esso si sta diffondendo in altri Paesi. Il clima bellico che circonda la Siria e la situazione economica che spinge i giovani a fuggire all'estero si aggiungono alle sfide di una società che, per natura accogliente, si sforza in tutti i settori di far spazio al milione e mezzo di rifugiati iracheni arrivati negli ultimi tre anni. "Molti portano con sé odio, hanno perso tutto", spiega con preoccupazione padre Antonio Musleh, vicario giudiziale della Chiesa Melchita a Damasco.
Sono numerosi gli iracheni che non intendono integrarsi in modo normale; sono solo di passaggio in attesa del visto per l'occidente. Questo fenomeno migratorio provoca tensioni all'interno della società siriana - di venti milioni di abitanti -, che mantiene una convivenza equilibrata tra i gruppi di credenti: il novanta per cento musulmani, soprattutto sunniti; il dieci per cento cristiani, per la maggior parte ortodossi.
"Grazie a Dio in Siria non ci sono problemi di carattere religioso; finora tutte le comunità religiose hanno sempre vissuto in pace, non solo i cristiani"; "è il governo e in particolare il presidente, Bashar Al Assad, a cercare di mantenere questa posizione", sottolinea il sacerdote melchita. Essere cristiano in Siria oggi "significa vivere nuovamente la missione di Paolo", che "partì da Damasco per portare la pace di Gesù a tutti", aggiunge padre Musleh. E se Paolo "ricevette la fede cristiana a Damasco", "la sua testimonianza definitiva la dette a Roma", sottolinea l'arcivescovo Youssef Massoud Massoud, della eparchia dei maroniti di Laodicea (Tartous).
Per il presule, il fatto di essere cattolico in Siria è indice dei forti legami delle Chiese orientali con il Papa. "È una gioia profonda - ammette - sentire che siamo davvero cattolici e che siamo uniti al Santo Padre". La comunità cristiana siriana conserva la fede e vive la religiosità "poiché è impossibile per gli orientali non credere in Dio" afferma il sacerdote melchita Faez Fregiat del monastero di San Sergio a Maalula, dove sopravvive la lingua aramaica di Gesù. "Sono soprattutto i cristiani d'oriente - aggiunge - a vedere con preoccupazione la decristianizzazione dei Paesi occidentali".

XVIII Domenica del tempo ordinario
LETTURE: Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,33.37-39; Mt 14,13-21
La fame del mondo Il brano evangelico di questa domenica fa parte di un complesso che gli esegeti designano convenzionalmente con il nome di «sezione dei pani», perché gravita attorno al racconto delle due moltiplicazioni dei pani. Tutta la sezione è concepita in modo che Gesù appaia come il nuovo Mosè, che offre una manna assai superiore a quella antica (Mt 14,13-21: domenica odierna), trionfa sulle acque del mare come Mosè (Mt 14,22-33: domenica XIX), libera il popolo dal legalismo in cui la legge di Mosè era caduta (Mt 15,1-9) e apre l’accesso alla terra promessa non solo ai membri del popolo eletto, ma anche ai pagani (Mt 15,21-28: domenica XX). La speranza della vita Dalla «Lettera», detta di Barnaba (Capp. 1, 1 - 2, 5; Funk 1, 3-7)
L’abbondanza, segno del tempo messianico
Nel vangelo di oggi è abbastanza facile vedere una immagine e una rivelazione della Chiesa: in essa si realizza la grande abbondanza di beni che era la caratteristica dei tempi messianici. Tale abbondanza di beni si ha nel convito che è segno di comunione di vita e di partecipazione ai beni di Dio. Così in pochi tratti Matteo presenta la Chiesa come comunità messianica escatologica. E la presenta nella sua vitalità e fecondità: tutta realizzata nella fraternità dei discepoli attorno a Cristo per il servizio della folla. E’ anche pieno di significato il fatto che nella narrazione della moltiplicazione dei pani l’evangelista usi tutto il vocabolario del racconto della cena eucaristica.
L’episodio di Cafarnao è visto nella luce dell’Ultima Cena, come anticipazione e promessa. La stessa raccolta dei frammenti avanzati in «dodici ceste», oltre che ad indicare l’abbondanza messianica, non può non avere un riferimento simbolico alla vita della Chiesa. Il banchetto di Cafarnao va oltre la sua risonanza storica di prodigio per una folla affamata: è il simbolo della comunità degli «ultimi tempi», che si asside a mensa con Cristo, ed insieme è segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.
La Chiesa è il luogo, e l’Eucaristia è il momento privilegiato ove si scopre la potenza di Cristo e si attinge la capacità di ripetere il prodigio da lui compiuto.
Il segno di un pane di vita eterna
Gesù ha saziato gli uomini che avevano fame. Il regno di Dio, di cui Gesù proclama l’avvento, non è di questo mondo, ma è in rapporto diretto con esso. Non si può pensare che esso non si manifesti anche come una risposta effettiva a quel bisogno fondamentale dell’uomo, che è il bisogno di pane.
Ma la folla ha seguito Gesù per ascoltare il suo messaggio. Ora la Buona Novella che egli proclama non potrà mai ridursi a una sazietà corporale. L’essenziale è altro, e la moltiplicazione dei pani non è che il segno di un pane di vita che sazia per l’eternità. Ma il pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli; suscita in lui un dinamismo umano che lo induce a procurare il pane a coloro che ne sono privi. Il miracolo della moltiplicazione dei pani è per il cristiano un segno e un appello.
Il pane quotidiano
La partecipazione al pane di vita si manifesta traducendosi necessariamente nella decisa volontà di tentare tutto affinché gli affamati siano saziati, coloro che hanno sete possano bere, coloro che sono nudi possano ricoprirsi, ecc. (Mt 25).
La partecipazione al banchetto eucaristico diventa per il cristiano la sorgente di uno sforzo di promozione umana nel quale tutti e ciascuno siano riconosciuti nella loro fondamentale dignità personale nel seno di una sola grande famiglia.
La celebrazione eucaristica introduce sempre più profondamente i cristiani nella comunità ecclesiale, che è comunità di fratelli e di poveri. Il pane che non perisce è distribuito con abbondanza, ma sotto apparenze molto modeste come un vero cibo da poveri. Coloro che partecipano a questo banchetto sono rafforzati dal pane di vita che li unisce come fratelli e li strappa dall’attaccamento ai beni caduchi e dalla loro schiavitù.
Nello stesso tempo l’Eucaristia fa sì che il credente sia sempre più un uomo disponibile e sempre più libero per l’unico servizio: il servizio di Dio che si identifica con il servizio di tutti gli uomini.
è il principio e il termine della nostra fede
Salute a voi nella pace, figli e figlie, nel nome del Signore che ci ha amato. Grandi e copiosi sono i favori che Dio vi ha concesso. Per questo molto mi rallegro sapendo quanto le vostre anime siano belle e liete per la grazia e i doni spirituali che hanno ricevuto. Ma ancora maggiore è la mia gioia sentendo nascere in me una viva speranza di salvezza nel vedere con quanta generosità la sorgente divina abbia effuso su di voi il suo Spirito. Davvero splendido lo spettacolo che avete offerto alla mia vista!
Persuaso di essermi avvantaggiato, molto nella via santa del Signore parlando con voi, mi sento spinto ad amarvi più della mia stessa vita, anche perché vedo in voi grande fede e carità per la speranza della vita divina.
Per l'amore che vi porto voglio mettervi a parte di quanto ho avuto, sicuro di ricevere beneficio dal servizio che vi rendo. Vi scrivo dunque alcune cose perché la vostra fede arrivi ad essere conoscenza perfetta.
Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici.
Il Signore ci ha fatto capire, per mezzo dei profeti, le cose passate e presenti, e ci ha messo in grado di gustare le primizie delle cose future. E poiché vediamo ciascuna di esse realizzarsi proprio come ha detto, dobbiamo procedere sempre più sulla via del santo timore di Dio.
Per parte mia vi voglio indicare alcune cose che giovino al vostro bene già al presente. Vi parlo però non come maestro, ma come fratello.
I tempi sono cattivi e spadroneggia il Maligno con la sua attività diabolica. Badiamo perciò a noi stessi e ricerchiamo accuratamente i voleri del Signore. Timore e pazienza devono essere il sostegno della nostra fede, longanimità e continenza le nostre alleate nella lotta. Se praticheremo queste virtù e ci comporteremo come si conviene dinanzi al Signore, avremo la sapienza, l'intelletto, la scienza e la conoscenza. Queste sono le cose che Dio vuole da noi. Il Signore infatti ci ha insegnato per mezzo di tutti i profeti che egli non ha bisogno di sacrifici, né di olocausti, né di offerte. Che m'importa, dice, dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Non presentatevi nemmeno davanti a me per essere visti. Infatti chi ha mai richiesto tali cose dalle vostre mani? Non osate più calpestare i miei atri. Se mi offrirete fior di farina, sarà vano; l'incenso è un abominio per me. I vostri noviluni e i vostri sabati non li posso sopportare (cfr. Is 1, 11-13).
Angelus del Santo Padre
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 27 luglio 2008
Cari fratelli e sorelle!
Sono rientrato lunedì scorso da Sydney, in Australia, sede della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. Ho ancora negli occhi e nel cuore questa straordinaria esperienza, nella quale mi è stato dato di incontrare il volto giovane della Chiesa: era come un mosaico multicolore, formato da ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte della terra, tutti riuniti dall’unica fede in Gesù Cristo. "Young pilgrims of the world – giovani pellegrini del mondo", così li chiamava la gente con una bella espressione che coglie l’essenziale di queste Giornate internazionali iniziate da Giovanni Paolo II. Questi incontri infatti formano le tappe di un grande pellegrinaggio attraverso il pianeta, per manifestare come la fede in Cristo ci renda tutti figli dell’unico Padre che è nei cieli e costruttori della civiltà dell’amore.
Caratteristica propria dell’incontro di Sydney è stata la presa di coscienza della centralità dello Spirito Santo, protagonista della vita della Chiesa e del cristiano. Il lungo cammino di preparazione nelle Chiese particolari aveva seguito come tema la promessa fatta da Cristo risorto agli Apostoli: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni" (At 1,8). Nei giorni 16, 17 e 18 luglio, nelle chiese di Sydney, i numerosi Vescovi presenti hanno esercitato il loro ministero, proponendo le catechesi nelle varie lingue: queste catechesi sono momenti di riflessione e di raccoglimento indispensabili perché l’evento non resti solo manifestazione esterna, ma lasci una traccia profonda nelle coscienze. La Veglia serale nel cuore della città, sotto la Croce del Sud, è stata una corale invocazione dello Spirito Santo; e infine, durante la grande Celebrazione eucaristica di domenica scorsa, ho amministrato il Sacramento della Confermazione a 24 giovani di vari continenti, di cui 14 australiani, invitando tutti i presenti a rinnovare le promesse battesimali. Così questa Giornata Mondiale si è trasformata in una nuova Pentecoste, dalla quale è ripartita la missione dei giovani, chiamati ad essere apostoli dei loro coetanei, come tanti santi e beati, ed in particolare il Beato Piergiorgio Frassati, le cui reliquie, collocate nella Cattedrale di Sydney, sono state venerate da un ininterrotto pellegrinaggio di giovani. Ogni ragazzo e ragazza è stato invitato a seguire il loro esempio, a condividere l’esperienza personale di Gesù, che cambia la vita dei suoi "amici" con la forza dello Spirito Santo, lo Spirito dell’amore di Dio.
Voglio oggi ringraziare nuovamente i Vescovi dell’Australia, in particolare l’Arcivescovo di Sydney, Cardinal Pell, per il grande lavoro di preparazione e per la cordiale accoglienza che hanno riservato a me e a tutti gli altri pellegrini. Ringrazio le autorità civili australiane per la loro preziosa collaborazione. Un grazie speciale va a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, hanno pregato per questo evento, assicurandone la buona riuscita. La Vergine Maria ricompensi ciascuno con le grazie più belle. A Maria affido anche il periodo di riposo che trascorrerò da domani a Bressanone, tra le montagne dell’Alto Adige. Rimaniamo uniti nella preghiera!
Dopo l'Angelus
Je vous salue cordialement, chers pèlerins francophones ! A la question de Salomon qui demandait à Dieu quel était le véritable trésor, le Christ répond par les trois paraboles de l’Évangile d’aujourd’hui. Elles décrivent l’absolue nécessité de la recherche de Dieu et la richesse de son abondance de grâces et de bénédictions. Durant ce temps des vacances, je vous invite à faire tout votre possible pour chercher Dieu et pour faire de Lui le centre de votre vie. Avec la Bénédiction Apostolique.
I greet the English-speaking visitors and pilgrims who are here today and I wish you all a pleasant stay in Italy. This Sunday’s Gospel reminds us that we should treasure above all else the faith that has been given to us. I pray that your visit to Rome and the surrounding area will help you to deepen your faith and to grow in your love for our Lord Jesus Christ. May God bless you all!
Von Herzen heiße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache hier in Castel Gandolfo willkommen. „Vergelt’s Gott!" sage ich nochmals allen, die mich mit ihren Gebeten auf meiner Reise zum Weltjugendtag nach Sydney begleitet haben. Dort durfte ich erneut mit Freude erfahren, wie sich junge Menschen aus der ganzen Welt von Christus ansprechen lassen. Jesus Christus will, daß wir authentisch sind und uns vorbehaltlos auf ihn einlassen. Wenn wir in dieser Haltung das Wort Gottes in uns aufnehmen, wird uns der Herr zu Boten seiner Liebe und seines Friedens machen. Der Heilige Geist gebe uns allen die Kraft, Gutes zu tun. – Gesegneten Sonntag!
Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana y a los que se unen a ella a través de la radio y la televisión. En este domingo, os invito a acoger en vuestro corazón la Palabra de Dios, en donde Cristo aparece como el verdadero tesoro. El que se encuentra con Él de forma auténtica, personal y convencida, descubre el sentido pleno de su vida. Dejémonos enriquecer por el amor del Señor para amar a los demás como Él nos enseñó. Que Dios os bendiga.
Witam przybyłych tu, do Castel Gandolfo, Polaków. Pozdrawiam także tych, którzy łączą się z nami w modlitwie poprzez radio i telewizję. Dziękuję wam za duchowe wsparcie mego pielgrzymowania do Australii, na Światowy Dzień Młodzieży. Niech przesłanie z Sydney owocuje otwarciem ludzkich serc na moc i działanie Ducha Świętego. Z serca wam wszystkim błogosławię.
[Saluto tutti i Polacchi venuti qui a Castel Gandolfo. Saluto anche quelli che si uniscono a noi in preghiera per mezzo della radio e della televisione. Ringrazio voi tutti per l’appoggio spirituale che mi avete prestato durante il mio pellegrinaggio in Australia per la Giornata Mondiale della Gioventù. Che il messaggio di Sydney porti frutti abbondanti aprendo i cuori degli uomini alla forza e all’azione dello Spirito Santo. Benedico tutti voi di cuore.]
Saluto ora i pellegrini italiani. In particolare, saluto il folto gruppo dei partecipanti all’Assemblea Generale del Movimento dei Focolari e, mentre mi rallegro per l’elezione dei nuovi Responsabili, vi esorto tutti, cari fratelli e sorelle, a proseguire con gioia e coraggio nel solco dell’eredità spirituale di Chiara Lubich, raccolta nei vostri Statuti, incrementando sempre più i rapporti di comunione nelle famiglie, nelle comunità e in ogni ambito della società. Saluto e ringrazio i membri della Delegazione del Comune e della Parrocchia di Castel Gandolfo venuti, come ogni anno, a farmi visita in occasione della tradizionale "Sagra delle pesche". Saluto inoltre i fedeli della parrocchia di Santa Croce in Casagiove (Caserta), di San Giorgio in Molteno con Garbagnate Monastero (Arcidiocesi di Milano), come pure i giovani aderenti alla "Compagnia dei Tipi Loschi del Beato Pier Giorgio Frassati".
Rivolgo infine un saluto a quanti si trovano nelle località di villeggiatura, augurando loro di trascorrere giorni sereni di proficua distensione fisica e spirituale. Non dimentico però quanti invece non possono beneficiare di un tempo di riposo e di vacanza: penso ai malati negli ospedali e nelle case di cura, ai carcerati, agli anziani, alle persone sole e a coloro che trascorrono l’estate nel caldo delle città. A ciascuno assicuro la mia affettuosa vicinanza e un ricordo nella preghiera. Buona domenica a tutti!
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


Eccoci a Tarso. Fra tutte le mete del pellegrinaggio paolino in Turchia - magari più "blasonate", come la grecoromana Efeso o la biblica Antiochia di Siria - Tarso dà una emozione particolare a chi vi arriva dopo aver lasciato alle spalle la catena costiera del Tauro, perché questa città è legata più intimamente di altre alla vita e alla persona di Paolo. Infatti è qui che l'apostolo è nato - duemila anni fa, fra il 5 e il 10, secondo una tradizione antica - ed è qui che ha passato i primi trent'anni della sua vita, studiando i sacri testi e lavorando come artigiano tessile. Sia pure con qualche lungo soggiorno a Gerusalemme, per completare la sua educazione rabbinica e farisaica nella rinomata scuola di Gamaliele (cfr Atti 22, 3).
Anche se è stata una famosa metropoli ellenistica e romana la Tarso di oggi non ha un parco archeologico esteso, come Gerapoli, Afrodisia o altri centri della Turchia. È una città moderna, industriale, sui duecentomila abitanti, piena di moschee, negozi, edifici pubblici, con tante donne velate ma ancora di più vestite all'occidentale, e con un traffico automobilistico intenso e vivace. Il mare dista pochissimo, per cui si può considerare una città mediterranea a tutti gli effetti, con il clima e la luminosità delle località costiere.
Muovendoci in questo scenario tipico della Turchia di oggi, che tende a europeizzarsi e occidentalizzarsi sempre di più, nonostante certe "resistenze" conservatrici, andiamo in cerca dei luoghi e delle memorie paoline, incoraggiati pure da alcuni manifesti e striscioni in turco che ricordano il bimillenario di san Paolo, da poco inaugurato proprio qui nella chiesa-museo a lui intitolata.
Nelle sue lettere l'apostolo non parla mai della città che gli aveva dato i natali, come del resto è sempre avaro di notizie sulla sua famiglia, infanzia, giovinezza. Solo in Filippesi 3, 5-6 ricorda la sua identità giudaica, l'appartenenza alla tribù di Beniamino e la sua condizione di fariseo. Ma pure qui neanche una parola su Tarso, che invece è presentata più di una volta come la città di Paolo negli Atti degli apostoli.
Al tribuno romano che lo aveva arrestato dopo i disordini nel tempio di Gerusalemme alla fine del terzo viaggio missionario in Anatolia e in Grecia (53-58 dell'era cristiana) Paolo dichiara: "Io sono giudeo, cittadino di Tarso in Cilicia", e aggiunge: "una città che non è certo priva di importanza", alludendo all'antichità e alla vitalità politica, religiosa e culturale della capitale di quella provincia romana (Atti, 21, 39). Saulo ricorda di nuovo di essere nato a Tarso parlando alla folla di Gerusalemme, anche se si preoccupa di precisare il carattere gerosolimitano "doc" della sua formazione (cfr Atti, 22, 3).
Ma gli Atti degli apostoli ci dicono pure che Tarso non fu solo il luogo della nascita e della giovinezza di Paolo. È invece una città e una presenza ricorrente nella sua vita e nei suoi viaggi apostolici. Egli torna a Tarso dopo la conversione e vi si trattiene (cfr 9, 30). Infatti è là che va a cercarlo Barnaba per riportarlo con sé ad Antiochia, che ormai era diventata il centro dell'azione cristiana assieme a Gerusalemme (cfr 11, 25). E finalmente, dopo la partenza da Antiochia, sarà proprio Tarso la prima tappa sia del secondo che del terzo viaggio missionario, dal 50 al 52 e dal 53 al 58.
Come si fa durante il pellegrinaggio in Terra Santa, pure in quello paolino si possono introdurre le visite ai vari luoghi e santuari con le testimonianze bibliche mirate. Così, sulla scorta della lettura dei passi ricordati degli Atti degli apostoli, ci portiamo sulle memorie di Paolo. La sua vicenda ci fa pensare a come era importante la diaspora giudaica di Tarso, città dalle tre culture, ellenistica, romana e giudaica, a cui poi si sarebbe aggiunto il cristianesimo. Ebbene, proprio nell'area cittadina abitata nell'antichità dagli ebrei c'è il sito di quella che la tradizione indica come "casa di san Paolo".
Sono muri antichi, scabri, solidi, dove gli archeologi hanno lavorato bene, riportando recentemente alla luce alcune fondamenta e costruzioni, ben conservate e visibili sotto una moderna protezione trasparente. È qui una sorta di Nazaret o di Betlemme della missione e dell'evangelizzazione paolina, e nella sua semplicità, fra i turisti e i pellegrini che si aggirano attenti e compresi, il luogo fa riflettere sugli inizi piccoli e poveri di tanti eventi e sviluppi anche grandiosi.
In quello che appare come il cortile della casa sorge il "pozzo di San Paolo", largo più di un metro e profondo quasi quaranta. È una meta antica e cara ai pellegrini, che si alternano ad attingere l'acqua con un secchiello di rame e la bevono per devozione.
L'altra memoria è la chiesa di San Paolo, un monumento austero ma elegante in calcare biondo, di stile vagamente gotico, nell'angolo di un cortile ombreggiato. Ricostruita nel xix secolo e abbandonata agli inizi del Novecento dopo la partenza degli ortodossi, l'antica chiesa è diventata un museo negli anni Venti. Pure questo simbolo paolino è stato restaurato di recente, in vista del bimillenario. Ma l'auspicio, come ci aveva detto a Iskenderun il vicario apostolico di Anatolia, monsignor Luigi Padovese, è che l'edificio sacro sia restituito stabilmente al culto cattolico.
E dopo i siti paolini visitiamo quelli romani, che ci ricordano la capitale della Cilicia, la provincia imperiale dove visse Saulo, e che un secolo prima era stata governata da Cicerone. Incontriamo una prima memoria sulla strada diretta al vicino litorale: è la cosiddetta Porta di Antonio e Cleopatra, perché secondo la leggenda la regina egiziana e il triumviro romano si incontrarono vicino a questo monumento, negli anni Quaranta del i secolo prima dell'era cristiana.
Il vestigio è noto pure come Porta di San Paolo. In effetti, chissà quante volte l'apostolo sarà passato sotto quell'arcata durante i suoi viaggi. Sulla via opposta, verso il Tauro, non resta invece nulla delle tombe di Massimino Daia e di Giuliano l'apostata, l'ultimo persecutore dei cristiani, che volle riposare accanto all'imperatore che lo aveva preceduto nelle sue scelte neopagane. Giuliano sepolto a Tarso! E pensare che il cristiano da lui più odiato e combattuto - con la parola, il pensiero, gli scritti, le leggi - era stato proprio Paolo.
Ma gli scavi più interessanti, liberati e sistemati alla vigilia dell'Anno paolino, si raccolgono attorno a un bel tratto di strada romana, con il tipico basolato e le colonne corinzie che si ergono tutt'intorno. Memoria classica, o memoria paolina? In realtà, cosa può simboleggiare l'apostolato itinerante e universale di Paolo meglio di una strada romana? Se poi si tratta, come qui, di una via verso un porto del Mediterraneo, navigato in lungo e in largo dall'apostolo, il simbolo si concretizza in documento, in testimonianza storica.
Il modo migliore per celebrare san Paolo in occasione del bimillenario della sua nascita? Leggerlo. Sembra ovvio ma non è così; non è automatico lasciarsi interpellare dalle parole dell'Apostolo, prendere sul serio quello che scrive e confrontare il contenuto delle sue lettere alle comunità di Efeso, Tessalonica e Corinto con l'esperienza di tutti i giorni. Come tutti i grandi classici, anche Paolo rischia di essere dato per scontato, e di essere citato, imitato e parafrasato ma non letto.
Anche per questo la Libreria Editrice Vaticana ha deciso di fornire ai "pellegrini-lettori" degli strumenti per camminare con l'Apostolo, agili volumetti che condensano in poche pagine il messaggio dell'ex fariseo conquistato da Cristo, come Sette giorni in cammino con san Paolo. Esercizi spirituali sulla via di Damasco, di Ronald Witherup, Città del Vaticano, 2008, pagine 141, euro 16,50). O come Celebrazioni della Parola per l'Anno paolino. Meditazioni di Papa Benedetto XVI, a cura di Lucio Coco (Città del Vaticano, 2008, pagine 87, euro 7) in cui alla lettura di san Paolo proposta è fatto seguire un commento del Papa tratto dalle sue omelie e dalle sue catechesi, accompagnato dalle orazioni di Anna Maria Cànopi e dalle musiche originali di Antonino e Palmina Trovato; testi che mirano a far riscoprire le grandi parole che segnano l'esperienza del cristiano, fede, speranza, carità.
È la speranza, sottolinea Ratzinger, che rende la vita "tridimensionale", intensa, interessante, piena di sorprese. "Scrivendo agli Efesini, san Paolo ricorda loro che, prima di abbracciare la fede in Cristo, essi erano "senza speranza e senza Dio in questo mondo". Se manca Dio, viene meno la speranza. Tutto perde di "spessore". È come se venisse a mancare la dimensione della profondità ed ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua "sporgenza" rispetto alla mera materialità. È in gioco il rapporto tra l'esistenza qui ed ora e ciò che chiamiamo "aldilà": esso non è un luogo dove finiremo dopo la morte, è invece la realtà di Dio, la pienezza della vita a cui ogni essere umano è, per così dire, proteso. A questa attesa dell'uomo Dio ha risposto in Cristo con il dono della speranza" (Omelia, 1 dicembre 2007).
Stessi intenti in Pensieri su Paolo. Riflessioni di Papa Benedetto XVI in occasione dell'Anno paolino, una selezione di testi sempre a cura di Lucio Coco, (Città del Vaticano, 2008, pagine 124, euro 7,50). "La figura di Paolo che la celebrazione dell'Anno paolino intende mettere al centro delle nostre riflessioni, facendo memoria del bimillenario della nascita dell'apostolo, ci interpella profondamente anche oggi - scrive il cardinale Tarcisio Bertone nella prefazione - il suo viaggio sulla via di Damasco ha in sé il significato di un vero e proprio itinerario spirituale che in un certo senso riproduce l'esperienza di ogni uomo che si libera dalle illusioni e dai miraggi che lo condizionano e conquista la propria autenticità. Il termine con cui Paolo definisce questa esperienza decisiva è quello di "vocazione". Paolo è consapevole che la sua conversione non è il risultato di uno sviluppo di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di una imprevedibile grazia divina. È necessario anzitutto riconoscere a Dio questa prima mossa che ci libera da ogni sterile attivismo e ci mette nel suo amore, nella sua caritas, assegnandoci a uno spazio di gratuità nel quale ciascuno può coltivare la sua vocazione e la sua fede".
È sempre Dio che prende iniziativa per primo con l'uomo, non viceversa: "Ma la via di Damasco è anche il luogo di un incontro, dell'incontro con Gesù, di Gesù che si avvicina all'uomo che fino a quel momento lo ha ignorato e non lo ha riconosciuto come tante volte è accaduto durante la nostra storia personale. Così era capitato anche ai viandanti diretti verso Emmaus. Le circostanze erano sempre le stesse. È sempre Gesù che si fa incontro all'uomo distratto o incredulo, se non addirittura contrario come nel caso di Paolo, e dopo questo incontro di grazia la vita dell'uomo non può non esserne trasformata. L'esistenza di Paolo dimostra proprio questo. Essa è la testimonianza continua di questo incontro e della necessità che ne deriva di riferirsi sempre a lui, di centrare la propria vita in Gesù, di imparare da lui, di entrare nei suoi sentimenti per realizzare pienamente se stessi".
"Come avviene l'incontro di un uomo con Cristo?" scrive Elio Guerriero nella prefazione a Paolo, l'Apostolo delle genti, di Benedetto XVI (Città del Vaticano, Lev in coedizione con la San Paolo, 2008, pagine 94, euro 10); "prima della conversione, Paolo non era un uomo lontano da Dio e dalla sua legge. Al contrario. Nell'incontro con Cristo capì, però, che era necessario un nuovo orientamento della sua vita", un cambiamento dello sguardo.
Novità dell'ultima ora: tra qualche giorno sarà in libreria, sempre della Lev, anche Abbiamo avuto il coraggio di annunciare il Vangelo di Dio, in cui saranno raccolti tutti i testi delle liturgie di apertura dell'Anno paolino.
25 Luglio
San Giacomo Apostolo
FESTA
Giacomo, detto «il maggiore», era figlio di Zebedeo e di Salome (Mc 15,40; cf Mt 27,56) e fratello maggiore di Giovanni l’evangelista, col quale fu chiamato fra i primi discepoli da Gesù e fu sollecito a seguirlo (Mc 1,19s; Mt 4,21s; Lc 5,10). È sempre messo fra i primi tre Apostoli (Mc 3,17; Mt 10,2; Lc 6,14; Atti 1,13). Pronto e impetuoso di carattere, come il fratello, con lui viene soprannominato «Boanerghes» da Gesù (Mc 3,17), ma è fra i prediletti di lui insieme col fratello, con Pietro e Andrea. Assiste alla subitanea guarigione della suocera di Pietro (Mc 1,29-31), alla risurrezione della figlioletta di Giairo (Mc 5,37-43; Lc 8,51-56), alla trasfigurazione di Gesù sul Tabor (Mc 9,2-8; Mt 17,1-8; Lc 9,28-36); e con gli altri tre interroga Gesù sui segni dei tempi premonitori della fine (Mc 13,1-8); poi, con Pietro e Giovanni è chiamato da Gesù a vegliare nel Getsemani (Mc 14,33s; Mt 26,37s). Con zelo intempestivo, aveva chiesto di far scendere il fuoco sui Samaritani che non accoglievano Gesù, meritando un rimprovero (Lc 9,51-56). Ambiziosamente mirò ai primi posti nel regno, protestandosi pronto a tutto; e suscitò la reazione degli altri apostoli e il richiamo di Gesù a un altro primato: quello del servizio e del martirio (Mc 10,35-45; Mt 20,20-28). La profezia che allora Gesù gli fece, preannunciando che avrebbe «bevuto con lui il calice del sacrificio», si realizzò in pieno, quando Giacomo fu il primo tra gli Apostoli a dare il sangue per il suo Signore, e come lui durante le feste pasquali fatto decapitare da Erode Agrippa I, nel 42/43 (Atti 12,1-2). San Giacomo non fu l’evangelizzatore della Spagna, né vi è certezza che vi sia stato trasportato il suo corpo: Venanzio Fortunato attesta che, ai suoi tempi (VI secolo), si trovava a Gerusalemme. Però dal secolo IX, san Giacomo ebbe un culto straordinario a Compostella nella Spagna (Galizia), che lo ebbe protettore della sua fede e libertà contro i Mori. Quel santuario divenne per l’Europa uno dei maggiori luoghi di pellegrinaggio nel medioevo e oltre.
Una settimana di soggiorno a Castel Gandolfo attende Benedetto XVI dopo il lungo viaggio a Sydney per la celebrazione della Giornata mondiale della gioventù. Dalla serata di ieri, 21 luglio, il Papa è nella sua residenza estiva, dove resterà fino a lunedì 28, quando si trasferirà a Bressanone per trascorrervi due settimane di riposo. Il rientro a Castel Gandolfo è previsto per l'11 agosto.
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L'aereo con a bordo Benedetto XVI, proveniente dall'Australia, è giunto all'aeroporto di Ciampino alle 22.58 di lunedì 21. Ad accogliere il Papa sono stati, tra gli altri, il cardinale Agostino Vallini, suo vicario generale per la diocesi di Roma; gli arcivescovi Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia, e Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l'Italia; il vescovo Paolo De Nicolò, reggente della Prefettura della Casa Pontificia; i monsignori Gabriele Caccia, assessore della Segreteria di Stato, e Fortunatus Nwachukwu, capo del protocollo.
A nome del Governo italiano il Pontefice è stato salutato da Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio dei Ministri. Erano anche presenti gli ambasciatori presso la Santa Sede di Italia, Antonio Zanardi Landi, di Honduras, Alejandro Emilio Valladares Lanza, decano del corpo diplomatico, e di Australia, Anne Maree Plunkett, alla quale è stato chiamato a succedere Tim Fischer, ex primo ministro d'Australia, che sarà il primo rappresentante diplomatico del Paese a risiedere a Roma.
Com'è tradizione in occasione dei viaggi internazionali, all'arrivo a Roma il Papa ha inviato un telegramma al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. "Al rientro dal viaggio apostolico - si legge nel testo - che mi ha condotto in Australia, in particolare a Sydney, dove ho avuto la gioia di incontrare giovani provenienti da tutto il mondo, pronti a lasciarsi guidare dalla forza dello Spirito Santo per contribuire generosamente alla costruzione della civiltà dell'amore, desidero inviare a lei, signor presidente, e alla diletta nazione italiana il mio cordiale saluto invocando su tutti le benedizioni di Dio".
In precedenza, durante il volo da Sydney a Roma, Benedetto XVI aveva indirizzato telegrammi ai capi di Stato delle tredici nazioni sorvolate, inviando loro "cordiali saluti" e invocando sulle popolazioni "abbondanti benedizioni di Dio". I telegrammi sono stati inviati a Susilo Bambang Yudhoyono, presidente della Repubblica dell'Indonesia; Sellapan Rama Nathan, presidente della Repubblica di Singapore; Mizan Zainal Abidin, capo di Stato supremo della Malaysia; Pratibha Patil, presidente della Repubblica dell'India; Qaboos Bin Said Al-Said, sultano dell'Oman; lo sceicco Sheikh Khalifa Bin Zayed Al-Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti; Shaikh Hamad Ibn Isa Al-Khalifa, re del Bahrain; Abdullah Ibn Abdul Aziz Al-Saud, re dell'Arabia Saudita; Abdullah ii, sovrano del regno hascemita di Giordania; Bashar Al-Assad, presidente della Repubblica Araba Siriana; Michel Suleiman, presidente della Repubblica del Libano; Dimitris Christofias, presidente della Repubblica di Cipro; Karolos Papoulias, presidente della Repubblica greca.